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Concerto semplicemente meraviglioso #low

Concerto semplicemente meraviglioso #low

Ieri mattina, durante un colloquio, una ragazza, forse sentendosi pressata dal mio guardare stando in silenzio, ha sentito il bisogno di giustificarsi.
“Mi rendo conto che per questo lavoro cercate una bella presenza, ma io sono disoccupata, e sono diventata grassa perchè non esco mai di casa. Posso dimagrire..”
Ho chiuso un secondo gli occhi, come quando il dispiacere ci assale e proviamo a raccogliere la mente.

“Non si dicono queste cose. Un lavoro non si giudica dalla forma fisica di chi lo esegue. E la bella presenza è un concetto talmente astratto che, personalmente, per me non esiste.”

Io vorrei sapere chi.
Chi si è permesso di mettere nella testa di una ragazza così giovane l’idea che se è grassa non si merita un lavoro.
Chi.
Che i calci in culo che non gli ha dato lei, glieli do io.

Dal diario della sbronza consapevole, 17 ottobre 2012 (via lasbronzaconsapevole)
Il vuoto non pesa niente, è leggero più d’una piuma’, mi dissero. Ma se il vuoto è leggero, perché mi pesa così tanto?
Kenji Dark Days. (via vialemanidagliocchi)

(Source: verdicomeituoi)

L'isola del silenzio.

laninfadafne:

[…]Dalle numerose testimonianze, risulta evidente che la Chiesa era perfettamente al corrente di tutte le attività clandestine, torture comprese. Tra i personaggi che hanno collaborato con la dittatura militare sono menzionati: il cardinale Pio Laghi (all’epoca nunzio apostolico, noto per le sue partite a tennis con Emilio Massera), i cardinali Caggiano, Aramburu e Primatesta, l’arcivescovo Tortolo e i suoi vicari Emilio Graselli e Victorio Bonamín, e l’allora sacerdote Jorge Bergoglio (oggi cardinale). Il libro riporta anche le testimonianze di Bergoglio e Graselli, esponendo la loro versione dei fatti nelle interviste realizzate da Verbitsky.
Due interi capitoli sono dedicati al “programma di rieducazione” dei prigionieri, grazie al quale potevano avere una possibilità di sopravvivere. La rieducazione aveva un doppio scopo: sottoporre le persone ostili al regime a un lavaggio del cervello per “convertirle” in collaboratori, e allo stesso tempo ottenere informazioni sull’identità dei compagni da arrestare. Ma non tutti erano candidati al “recupero”. I prigionieri erano divisi in tre gruppi: gli irriducibili, i deboli e i recuperabili. Quelli che rientravano in quest’ultimo gruppo dovevano avere un minimo di competenze tecniche, ad esempio un tipografo era un ottimo candidato perché necessario per falsificare passaporti ed altri documenti. In questo modo si reclutavano schiavi utili allo scopo di favorire l’ascesa politica dell’ammiraglio Emilio Massera.
Non devono sorprenderci i legami tra la Chiesa ed il potere, è una tradizione lunga quasi due millenni. Ciò che è notevole nel caso argentino è in primo luogo che la Chiesa appoggiava i militari a tal punto che non si capisce se la Chiesa fosse al servizio delle Forze Armate, o viceversa. Molto eloquente l’omelia di Bonamín, citata a pagina 24: “Quando c’è spargimento di sangue, c’è redenzione: Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo dell’esercito argentino”.
In secondo luogo, tutti i principi morali furono messi da parte: il fine giustificava ogni mezzo, permettendo il ritorno agli ormai dimenticati metodi della Santa Inquisizione in pieno XX secolo. Ma ciò che più colpisce dei fatti documentati da Verbitsky è che la Chiesa non esitò a tradire i propri membri, come i sacerdoti e i catechisti che seguendo il vangelo di Cristo si dedicavano ad aiutare i poveri, un’attività considerata troppo di sinistra e quindi nociva per la Chiesa. Questa è la storia dei gesuiti Yorio e Jalics, che hanno individuato nel cardinale Bergoglio il responsabile delle loro sofferenze, e ai quali viene dedicato un capitolo che illustra i punti di vista di questi tre protagonisti. Il lettore può trarre le proprie conclusioni.[…]

Oggi mi succede di essere nominato scrittore italiano. Soprappensiero e automaticamente correggo: scrittore in italiano. Perché è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure me ne vuole. Gli proteggo la siepe, non ci faccio entrare l’italiano, adesso è per me una riserva naturale. Gli voglio bene perché mette forza di raddoppio alla parola “ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che dev’essere migliore del solito domani. Gli voglio bene perché al contrario dell’indicativo ”abbiamo”, toglie peso e presunzione al verbo avere. Dicendo “avimm”.
Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. Gli voglio bene perché raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo, al tempo passato e a quello venturo. Mentre il presente è un frattempo che si riduce a un “mo”, sillaba di momento. E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo”i’”, più corto del già svelto “ire”latino. Perché quando te ne devi andare, “te n’ia i”, subito.
Erri De Luca
Le cose più importanti sono le più difficili da dire.
Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono. Le parole rimpiccioliscono cose che, finchè erano nella vostra testa, sembravano sconfinate…
E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate.
Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro, non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare…
Stephen King  (via youwillbeamemory)

(Source: arainbowonarainyday)

…le cose, quando ci vai vicino, sono sempre meno peggio di come le raccontano. Che è una buona risposta, lo so. Per me invece è la mancanza di paura a fargli da guarda del corpo. Se non hai paura di una cosa, allora quella cosa impara a stare lontana da te, perchè capisce che più di tanto non riesce a danneggiarti, e con tutta la gente danneggiabile che c’è in giro non è che si mette a perdere tempo con uno che non l’apprezza.
Diego De Silva - Non avevo capito niente
Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto. Non avrei potuto fare altro che diventare me stesso, nient’altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti, o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare. Un tempo, quando ero più giovane, mi ero illuso di poter diventare qualcos’altro. Però finivo sempre per tornare allo stesso posto, come una barca dal timone bloccato. Quello ero io. Non potevo andare da nessun’altra parte. Ero lì, e aspettavo di tornare. Dovevo chiamarla “disperazione”?
Haruki Murakami (La fine del mondo e il paese delle meraviglie)
Cimitero delle fontanelle on Flickr.Tramite Flickr:
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Cimitero delle fontanelle on Flickr.

Tramite Flickr:
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?




Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”